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Vera Renczi uccideva i suoi uomini a causa della convinzione profondamente radicata che dei maschi non ci si possa fidare.
La storia di Vera con il sesso comincia precocemente, intorno ai dieci anni di vita. La sua adolescenza fu costellata di fughe da casa con i vari amanti ai quali si concedeva, seguite poi da ritorni alla famiglia d’origine quando si fosse stufata del partner di turno.
Si sposò con un ricco uomo d’affari più anziano di lei e con questi ebbe un figlio. Cominciò a dubitare della fedeltà del marito. Al culmine di una scenata di gelosia, gli versò l’arsenico nel vino, facendolo morire tra atroci dolori.
Si giustificò dicendo a parenti e amici di essere stata abbandonata con il bambino, per poi raccontare, dopo alcuni mesi, di come le fosse giunta notizia della sua morte in un incidente automobilistico.
Vi fu un secondo matrimonio, terminato ben presto con un avvelenamento. Anche in questo caso l’assenza fu associata a un abbandono.
La Renczi si abbandonò a numerose relazioni di breve durata, considerando il fatto che sistematicamente, dopo qualche settimana – o anche solo qualche giorno – veniva lasciata.
La realtà era, ovviamente, ben diversa: alle prime avvisaglie di tradimento o di ripensamento, scattava il veleno seguito da una bara di zinco.
Anche il figlio Lorenzo fu tra le sue vittime, poiché aveva commesso l’errore di ricattarla.
La donna fu arrestata a causa della denuncia di una moglie tradita, che aveva indicato con precisione il fatto che il marito fosse da lei stato visto l’ultima volta mentre accedeva alla casa della Renczi.
L’ispezione nell’abitazione portò alla scoperta di trentadue bare di zinco, contenenti corpi che si trovavano a diversi stadi del processo di decomposizione.

Per maggiori informazioni, potete scaricare qui “Dieci storie di avvelenatrici”.

Fonti:

M. Newton, Dizionario dei serial killer, Newton Compton Editori, Milano 2004.
https://h2g2.com/edited_entry/A4197585
https://www.wikidata.org/wiki/Q787198

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