Settembre. Il mese nel quale l’estate sfiorisce e l’autunno entra nelle nostre case. Il mese – una volta – delle piogge, dei funghi e delle castagne. Il mese nel quale, da decenni a questa parte, ricomincia la scuola.
“Ricomincia la scuola” è una frase che, al momento, mi fa correre un insistente e freddo brivido lungo la schiena, per tanti motivi. Sono stato preso in ostaggio dalla scuola a tre anni e, a parte una breve parentesi al termine dell’università, non son o più stato rilasciato. Dapprima, la scelta di insegnare. Già, perché di scelta si è trattato. Di seguire una passione nata al termine delle scuole superiori, quando d’estate davo una mano a qualche amica o a qualche amico che dovesse riparare matematica e provavo immensa soddisfazione nel verificare che il risultato veniva sempre raggiunto. Una passione proseguita durante il periodo dell’università, quando cominciai ad affinare un “mio” modo di spiegare e di far capire le cose, avendo anche la possibilità di lavorare con due scuole della mia zona per un progetto che aveva lo scopo di far conoscere l’informatica ai discenti di seconda media. Una passione comunque mai abbandonata neppure lavorando nel privato, poiché una delle mie mansioni era la formazione sugli argomenti informatici. Fino a quel fatidico ventisette gennaio duemilauno, un sabato che non dimenticherò mai anche per altri motivi legati alla sfera personale e privata, quando entrai per la prima volta in un’aula come docente. Supplente, ma pur sempre riconosciuto dallo Stato come tale. Scuola di specializzazione, ruolo nel duemilacinque, una trafila comune a tante altre persone. E poi, quella malsana idea: diventerò dirigente scolastico! Un concorso, un po’ di fortuna, parecchio studio e, il primo settembre duemiladodici, il primo incarico da dirigente di una scuola, assunto con la convinzione che “volere è potere“.
Molti sono stati i “settembre” che ho vissuto da protagonista della scuola – e adesso, sebbene in maniera defilata, ne conosco il significato anche dal punto di vista genitoriale – e devo ammettere che mai ho avuto timore, figuriamoci paura, di affrontarne uno. Mai. Mai. Mai. Mai, prima di questo settembre duemilaventi.
Ebbene sì. Ho un enorme timore che potrebbe sfociare in paura. Timore di non essere in grado di garantire a tutte e a tutti il diritto pieno allo studio, così come sancito dalla Costituzione Italiana. Timore di offrire una didattica dimezzata, diluita, organizzata in ragione di spazi che non esistono e di risorse che non ci sono e non, invece, del suo obiettivo primario: far crescere culturalmente e personalmente. Timore di non poter fornire alle Ragazze e ai Ragazzi ciò che a loro più serve, per diventare cittadini attivi di un domani che vedo sempre più buio. Timore che la scuola non sia all’altezza. Non perché non siano all’altezza le persone che ci lavorano e che hanno garantito – e continueranno a farlo – il massimo impegno nella gestione di un momento di questo Paese che i nostri figli studieranno sui libri di storia. Semplicemente perché, per cambiare in tempi così brevi, servirebbe una volontà diffusa di farlo…
In questo scritto la riconosco preside. E ritrovo i miei timori, gli stessi che lei elenca. Ritrovo anche quella strana e particolare voglia di esserci. Di rivedere quegli occhi che conosci. Di trovare le parole. Di ascoltare le domande. E i dubbi. E scoprire slche, dopo tanti anni, ami questo lavoro.